Una figura di Basilio Valentino : IL REBIS

APPUNTI SULL’ERMETISMO – PARTE QUARTA


“I miti o deità non sono stati letti nel cielo eppoi riportati sulla Terra bensì sono partiti dall’animo umano, creati dal cuore, dalla psiche dell’uomo per essere poi lanciati nel cielo e questo indica il bisogno, insito nell’individuo sin dall’inizio dei tempi, di trovare una correlazione tra il microcosmo (realtà terrena ed individuale) e macrocosmo (realtà divina), una correlazione quindi tra cielo e terra”
(Carl Gustav Jung)

Moltissime religioni e Tradizioni iniziatiche, riportano come aspetto fondamentale riguardante la Creazione ed il “funzionamento” di tutto l’Universo, il concetto di dualità.

Spirito e Corpo, Caldo e Freddo, Ragione e Torto, Bene e Male, Salute e Malattia, Giorno e Notte, Sole e Luna…. Sono tutti principi concettuali in chiara opposizione tra di loro.

La contrapposizione tra i contrari ha da sempre affascinato l’Uomo, tanto che le Religioni, la Filosofia nelle sue varie declinazioni ed il comune sentire umano, hanno cercato di comprendere questo aspetto di Natura,  e di dare allo stesso una spiegazione, a volte anche metafisica.

Andando ad esaminare come tale aspetto di dualità si esplicita, si rileva che in molte religioni la Creazione è avvenuta attraverso un moto simultaneo triplice: la potenza generante, la forza creatrice, la forza distruttrice.

In India questa contrapposizione è rappresentata attraverso  la Trimurti (che possiede “tre forme”) la quale indica i tre aspetti della divinità suprema, cioè la forma triplice dell’Essere supremo che si manifesta nelle tre divinità di: Brahma (Il creatore), Visnu (il ricostruttore) e Shiva (il distruttore); Brama esercita il suo potere salvifico per mezzo degli Avatar (i più importanti sono gli eroi Rama e Krishna).

Il concetto della duplicità si ritrova ancora nell’Adam Kadmon cabalistico, dell’Anthropos gnostico[1],  e in un ulteriore aspetto dell’induismo l’Advaita[2]  (concetto che esprime la non-dualità della dualità), dell’Adamo primitivo, ovvero l’archetipo divino di uomo e donna sia maschio che femmina, ma non è né maschio né femmina, proprio come il seme; in esso infatti coesistono in perfetta armonia e equilibrio le forze maschili e femminili.

L’Adam Kadmon,  nella tradizione cabalistica, è la manifestazione  di Ain-sof, è un Archetipo a cui l’Uomo si riferisce, e presenta come corrispettivo antropologico l’Adamo del giardino dell’Eden, ma al contrario di quest’ultimo non è mai disceso dalla perfezione celeste. Secondo lo Zohar il Principio (maschile) renderebbe manifesto il mondo tramite un aspetto femminile del proprio essere, pur mantenendo la sua unicità. L’Universo è quindi frutto di una Coppia celeste (Padre/Madre), la cui unità e sintesiè chiaramente identificabile con L’Adam Kadmon.

Come nella Trimurti indiana anche la tradizione cabalistica ebraica, oltre alla figura archetipale dell’Adam Kadmon, esprime la Creazione anche attraverso l’azione congiunta e simultanea delle “Triade Superna” dell’Albero Sefirotico:  Kether – Chokmah  – Binah.

Un’altra rappresentazione di questa forza trina che si manifesta nella duplicità è espressa dal Caduceo Ermetico.

La sua immagine, raffigura due serpenti (spesso uno di colore chiaro e l’altro oscuro, proprio per rappresentare la dualità che esprimono), attorcigliati intorno ad una verga (elemento equilibrante centrale), ornata d’ali.

Il Caduceo  è stato rinvenuto, oltre che nei templi greco-romani, anche su tavolette indiane dell’antica civiltà vedica ed è un simbolo che veniva rappresentato anche sui monumenti egiziani. Il caduceo ha varie “chiavi “ di lettura:

  • astronomicamente la testa e la coda dei due serpenti rappresentavano i punti dell’eclittica in cui il Sole e la Luna si incontrano;
  • metafisicamente il caduceo rappresenta la discesa della materia primordiale nella materia grossolana;
  • sotto un aspetto fisiologico rappresenta le correnti vitali che scorrono nel corpo umano (simbolo ampiamente utilizzato nel Tantra Yoga dalle le due correnti Ida e Pingala che si attorcigliano risalendo lungo l’asse – rappresentato dalla spina dorsale umana – Sushumna).

Una filosofia – religione tra le più note, che propugna questa suddivisione netta tra Bene e Male, Luce e tenebre, è quella del Manicheismo[3], una dottrina affermatasi intorno al 250 d.c. e diventata, tra l’altro, una delle più note eresie del Cristianesimo. Ancora oggi il termine “manicheo” sta ad indicare una persona che non vede alternative, posizioni intermedie rispetto alle classiche contrapposizioni.

La complessa dottrina di Mani può essere vista come un sincretismo tra Cristianesimo, Buddismo, Mazdeismo e Gnosticismo, ed era basata sul principio dualista del confronto tra il Bene ed il Male, tema caro alle sette gnostiche, soprattutto quella di Valentino, i cui adepti confluirono, nei secoli successivi, nel Manicheismo.

La cosmogonia manichea si fondava, quindi, sulla contrapposizione tra:

  • Il regno del Bene, comandato da Dio- Padre di Grandezza  il quale si manifestava attraverso quattro persone: Tempo, Luce, Forza, e Bontà. All’infuori di Dio, esistevano gli eoni: Intelligenza, Ragione, Pensiero, Riflessione e Volontà. Il Suo regno si espandeva in tutte le direzioni e l’unica limitazione era il regno del Male.
  • Il regno del Male, comandato dal Principe delle Tenebre, i cui eoni erano Fiato pestilente, Vento ardente, Oscurità, Nebbia e Fuoco distruggente. Il Principe, inoltre, si manifestava sotto forma di un’incarnazione, Satana, un mostro metà pesce, metà uccello, con quattro zampe e testa di leone.

In seguito ad una catastrofe primordiale, il regno delle Tenebre aveva invaso quello del Bene, gettando nel panico gli eoni: il Padre aveva deciso allora di creare una prima emanazione, la Madre di Vita, che, a sua volta, creò il Primo Uomo. I manichei erano divisi in pochi “Perfetti”, un circolo molto ristretto di Adepti, paragonabili, grosso modo, a gradi interni della scuola pitagorica, e molti “Uditori” i quali erano sostanzialmente dei praticanti, uomini normali di desiderio,  che operavano secondo gli insegnamenti dei Perfetti.

Nel Medio Evo, riguardo l‘eterna contrapposizione tra le polarità contrarie, le cose si evolvono: si riscontra una forte sovrapposizione tra le dottrine gnostiche-manichee e quanto propugnato dai Catari (i quali, tra l’altro, davano l’appellativo di “perfetti” a coloro che avevano avuto il Consolamentum e quindi appartenevano – per mezzo di questo “battesimo” – in toto a tale corrente gnostica); anche la dottrina rosacrociana propone tutta una serie di aspetti connessi con la contrapposizione del Bene-Male e del Positivo-Negativo, cercando di portare i propri adepti alla realizzazione di una sintesi di queste polarità contrarie attraverso la “scoperta” di un termine equilibratore che possa conciliare e sintetizzare il tutto. Nelle Nozze Chimiche, testo base dei Rosa+Croce, la fusione del Re con la Regina (o incesto filosofico) rappresenta la “scoperta” che l’operatore deve raggiungere per comprendere il segreto della Grande Opera.

La Massoneria, istituzione tradizionale di chiara derivazione rosacrociana, nei propri templi riporta numerosi simboli che stanno a significare proprio le contrapposizioni di cui si è già sopra accennato (le due colonne J e B, pavimento a scacchi bianchi e neri, il sole e la luna contrapposti alla rispettiva colonna, ecc…).

In questo contesto tradizionale, il cui contenuto trasversale sia allo spazio che al tempo, si perde nella notte dei tempi, si inserisce la misteriosa figura di Basilio Valentino, autore di numerosi trattati di Alchimia.

Con questo nome s’indica un alchimista sul quale si sa veramente poco, tanto da far sorgere il dubbio che abbia un  reale fondamento storico[4]. Si suppone che sia stato un benedettino vissuto in Sassonia a cavallo dei secc. XIV e XV, e si hanno dei dubbi anche che in parte o tutti gli scritti che vanno sotto il suo nome si debbano effettivamente a lui.

Secondo quanto si suppone, si tratterebbe di un monaco benedettino nato a Mainz (Germania) 1394 e presente nel 1413 nel monastero di S. Pietro a Erfurt. Sotto tale nome furono pubblicati nel 1397 e morto nel 1450 autore di vari scritti di argomento alchemico e chimico. I suoi libri sono stati trovati molto tempo dopo la sua morte, a seguito – si dice – un ritrovamento che sa del miracoloso[5]. La loro data di composizione non coincide però sicuramente, per una serie di elementi, con l’epoca in cui il Basilio Valentino sarebbe vissuto e va spostata almeno a dopo la metà del sec. 1600[6]  o forse al sec. 1700 inoltrato. Tra i numerosi scritti spiccano per interesse alchemico “Le Dodici Chiavi della Filosofia”, testo ermetico sulla pietra filosofale, “Macrocosmus”  “Cocchio Trionfale dell’Antimonio”, profonda opera alchemica, “De Rerum Natura”, ecc… .

Qui di seguito vengono riportate alcune figure delle “Chiavi”:

Con le “Dodici Chiavi della Filosofia” Basilio Valentino percorre in dodici tappe tutto il percorso ermetico-alchemico che l’Iniziato deve intraprendere per arrivare alla conquista della Pietra. Come si può vedere nella prima chiave l’Artista è nella dualità totale, completamente separato dalla sua controparte femminile (anche se la sua “regalità” interiore – condizione questa essenziale per percorrere il cammino – viene certificata dalla raffigurazione di un Re e di una Regina); nell’ultima, la dodicesima, l’Artista ha raggiunto la fioritura delle due pietre, dopo la moltiplicazione, al termine della Grande Opera; accanto a sé il Leone Rosso (polvere di proiezione) che divora il serpente (unione del Solfo con il Mercurio). La fioritura delle pietre è una rosa canina a 5 petali, fiore questo scelto dagli alchimisti (preso dalla tradizione Rosacrociana), per rappresentare la degna ricompensa che proviene dalla Natura e che assicura all’Adepto la salute e “vita” eterna. Il tutto avviene – ma questo lo avevamo già sospettato – attraverso una triade Sole – Luna (polarità opposte) ove è presente quale “termine equilibrante” il Mercurio. 

Proprio il Mercurio troneggia nella seconda chiave: Il Mercurio tiene in ciascuna mano un Caduceo,e si trova in perfetto equilibrio tra il Sole e la Luna. L’operazione alchemica è nella fase della fissazione del volatile (il Re – predestinato, ha sopra la corona il simbolo del mercurio lunare)

Al di là di altre figure – essenziali per capire sotto un profilo operativo tale chiave – risulta evidente l’importanza della forza mercuriale che deve operare in questa fase dell’Opera (separazione del fisso dal volatile accennata nella Tavola di Smeraldo; il separando)

2 – Il Rebis

A questo punto, avendo stabilito di “cosa” si sta parlando, si può analizzare la figura-simbolo magistralmente sintetizzata da Basilio Valentino che in modo perfetto racchiude nel suo interno il mistero del compimento dell’Opera e del numero due che la contraddistingue: il Rebis.

Il Rebis (da res bina la cosa doppia) è una famosa figura ermetica riportata da vari autori, ed in particolare da Basilio Valentino nel suo trattato sull’Azoto (1659). La figura rappresenta un androgino con due teste, una femminile ed una maschile, che tiene sottomesso un drago alato, con la sinistra tiene un compasso e con la destra una squadra, sul petto riporta la parola Rebis, nel cielo brilla a sinistra il sole e a destra la luna, al centro una Stella Fiammeggiante a cinque punte contenente il simbolo alchemico del Mercurio, lateralmente si trovano quattro stelle a sei punte (sigillo di Salomone) contenente ciascuna il simbolo di Marte e Venere a sinistra, e di Giove e Saturno a destra; l’intera figura sormonta un complicato pentacolo inscritto in un cerchio; il tutto è racchiuso in un ovale.

L’androgino, congiunzione fra energia maschile ed energia femminile non è un ermafrodita, cioè una mostruosità biologica, né una sintesi statica degli elementi maschili e femminili, ma è un doppio, una cosa duplice (come dice il suo stesso nome) in cui questi elementi si completano e si esaltano a vicenda, invece di neutralizzarsi, perché sono in stato di equilibrio conflittuale.

Il Sole illumina la parte maschile, attiva, razionale della figura mitologica, mentre la Luna rischiara la parte femminile, passiva, intuitiva; il compasso nella destra è il simbolo cosmologico e rappresentazione emblematica delle scienze esatte. La sua forma richiama la lettera A, il “principio di tutte le cose”, mentre la squadra nella sinistra è simbolo di equilibrio e di azione.

Ai lati del rebis ritroviamo la rappresentazione grafica dei pianeti Marte, Venere, Giove e Saturno che rappresentano il quaternario degli elementi, con Marte e Venere solari e Giove e Saturno lunari secondo il seguente schema di corrispondenze (le varie corrispondenze possono avere un senso per coloro che intendono “operare” come Artista nel percorso Alchemico):

I quattro pianeti, più il Sole e la Luna nonché Mercurio [lunare] inscritto nella Stella Fiammeggiante posta al centro, rappresentano il settenario dei Pianeti, che guidano il processo alchemico del Magistero.

Il Saturno [Piombo] e Giove [Stagno] sono anche denominati metalli “morbidi” in quanto indicano la via “umida”, femminile, mistica o ionica, la via dominata dall’intuito e dall’immaginazione illuminata dalla Luna.

Venere [Rame] e Marte [Ferro] sono invece associati ad un concetto di metalli pesanti in quanto indicano la via “secca”, maschile, razionale o dorica illuminata dalla ragione del Sole; entrambe le vie portano comunque all’Argento Vivo-Mercurio.

Ogni figura situata a sinistra trova il suo corrispettivo posto a destra, ma solo l’unione dei due contrari permette la perfezione; l’uomo e la donna nell’androgino, il Sole e la Luna nella Stella Fiammeggiante, la squadra e il compasso[7]

Il Drago come prima lettura, sta a rappresentare le forze di Natura “telluriche” che stanno alla base dei principi costituenti la  terra e l’universo. Il Drago simboleggia i principi istintuali (che dominano l’essere non sufficientemente evoluto), nonché la forza universale presente in ogni cosa che tende a sostenere l’affermazione della Vita (gli Alchimisti chiamavano questa forza: Fuoco di Natura) e che sta alla base dell’Evoluzione, sia individuale che di ogni cosa che ci circonda (in Natura tutto ciò che riguarda la Vita – in ogni sua manifestazione – ha come finalità quella di progredire, evolvendosi, con il risultato di tendere dal peggio al meglio).

Il Drago nell’illustrazione idi Basilio Valentino è posto sotto i piedi (quindi: sotto-messo) dell’essere duplice; solo colui che è in grado di riunire in sé stesso i due contrari sarà in grado di dominare questa Forza di Natura andando a superarla e quindi a sostituirla con la propria Forza, costituita attraverso la conoscenza e la volontà realizzatrice (gli Alchimisti davano l’appellativo a tale Forza operativa: Fuoco contro Natura).

E’ interessante rilevare come in tutte le iconografie dove è presente, il Drago venga sempre vinto, ma mai ucciso. Anche nell’iconografia cristiana, a noi più nota, di San Giorgio, il drago non è esanime, ucciso quanto, piuttosto risulta vinto perché ferito a morte, battuto, ma guardando bene si rileva che ancora allarga le sue fauci, sempre pronte, se gli si presenta occasione, ad afferrare il suo Nemico[8].

Come accennato poco sopra, in una prima lettura, si rileva come il Drago rappresenti gli impulsi interiori, l’istinto più profondo, l’io materiale. Nella mitologia Ercole trova il Drago del nel giardino delle Esperidi dove è stato posto per difendere le mele d’oro (conoscenza solare), apparendo come mostro insaziabile, quindi nemico della vita. Nella realtà il nostro Mostro sa riconoscere l’iniziato e scaccia con la sua presenza di morte certa solo colui che è indegno di accedere al “tesoro”; nella Tradizione tale presenza così importante e terrifica è ricondotta alla figura del Guardiano della Soglia, colui cioè che con il suo terribile aspetto e soprattutto il suo terrifico sguardo impedisce a colui non ancora degno di accedere alla Conoscenza che sta “oltre il velo”. Ma, di converso, può fornire all’adepto le chiavi indispensabili per giungere alla conoscenza della Materia Prima.

Volendo andare un poco più a fondo il Drago presenta anche un altro aspetto, sicuramente più archetipale in quanto la Bestia simbolica (la quale sta in terra, si volatilizza e sta in cielo, farmaco e veleno nello stesso tempo) raffigura la potenza delle energie naturali che permeano la nostra dimensione di vita. Forze potenti, difficilmente controllabili, di certo pericolose (tale concetto è stato espresso in modo più che eloquente nella ballata di Goethe “l’Apprendista Stregone” – musicata dal Paul Dukas –  che tutti ricordiamo nella tenzone tra Topolino ed i secchi d’acqua portati dalle scope…..).

Il Rebis ed il drago sormontano un sfera alata al cui interno si trova un complesso pentacolo composto da un quadrato ed un triangolo equilatero in cui lati si intersecano; vengono indicati anche i numeri 3 e 4; la figura geometrica, unitamente ai due numeri inevitabilmente ricorda il numero sette (4+3 per i numeri, ugualmente per i 4 lati del quadrato sommati ai 3 lati del triangolo), il quale, nel nostro caso va rappresentare i sette pianeti (Sole, Mercurio, Luna + Venere-Marte, Giove-Saturno), ma anche, sotto un profilo alchemico i quattro elementi più le tre sostanze fondamentali (zolfo, sale, mercurio), ma ancora la natura inferiore (quattro elementi) unita alla natura superiore (Corpo, Anima e Spirito, ecc…). In altri termini, si rileva il  quaternario unito al ternario. Il numero sette, originato nel nostro caso, dalla somma del 3 più il 4, evoca l’idea della realizzazione attraverso la generazione (rappresentata dal numero tre) per mezzo di una base di stabilità (rappresentato dal numero quattro), a simboleggiare la perfetta l’unione dell’Alto con il Basso (come suggerisce la Tavola di Smeraldo).

La sfera è dotata di ali le quali indicano la volatilità cui deve tendere il lavoro dell’Artista, la necessità di “… separare il denso dal sottile”, attraverso una continua operatività di “solve et coagula” .

Le stelle poste al fianco della figura sono raffigurare in forma esagonale (sufficientemente regolare), vanno a rafforzare la componente binaria della figura (il triangolo con il vertice in alto è indubbiamente una raffigurazione di segno maschile mentre, di converso, quello con il vertice in basso è femminile), ma al contempo presentano una forte indicazione al ritorno all’unità attraverso il loro incrociarsi per rappresentare una figura unica;.non a caso questo simbolo è stato da sempre identificato come uno dei “sigilli” di maggior potere, efficacia e quindi di utilizzo da chi “opera”.

Il Rebis è la perfetta integrazione dei due principi contrari archetipali; lo Zohar dice a tale proposito «… .fai attenzione, tutti gli spiriti sono composti di maschio e femmina, e, dopo, i due elementi vengono separati» (Zohar III, 43b).

La perfetta integrazione dei due contrari nello stesso corpo (in particolare il maschile ed il femminile), fa si che gli ermetisti, gli alchimisti e poi i cabalisti abbiano sostenuto la presenza di una componente maschile e femminile che convivono nell’essere umano utilizzando un “linguaggio” diverso, ma sostanzialmente identico nella sostanza, rispetto a quanto esplicitato – moltissimi anni dopo – da Jung e Freud riguardo la psiche umana; è noto che la natura bisessuale dell’uomo, qualora venga in qualche modo distorta e/o rimossa, può ingenerare danni enormi all’equilibrio psichico.

Il Rosacrociano Michael Mayer nella sua Atalanta Fugiens dice del Rebis: «… vecchie leggende ascrivono al Rebis un essere doppio: Androgino maschio e femmina in un sol corpo. Egli è stato generato sul monte Ermafrodito. Mercurio è generato dalla sublime Venere. Non disprezzarlo per il suo sesso ambiguo; quest’uomo-donna, un giorno ti genererà il Re, cioè pietra Filisofale».

Il Rebis, con la sua androginia trova una corrispondenza nella Quinta Essenza che si “solidifica” nella pietra filosofale della tradizione alchemica occidentale; tale corrispondenza viene rilevata anche nell’Adam Kadmon, l’ermafrodito primigenio della letteratura cabalistica. Per i cabalisti come per gli alchimisti i due poli di una polarità sono in un rapporto di complementarietà,  e non di conflittualità.

Seguendo un linguaggio Alchemico, il Rebis è il frutto dell’unione dello Zolfo con il Mercurio.

Lo Zolfo, rappresenta il principio del fuoco realizzatore interiore (residente nel nucleo essenziale di ogni essere), al quale vengono associate le caratteristiche di: caldo, compatto, maschile,  principio costruttore di ogni essere. E’ il principio al quale i Liberi Muratori rendono omaggio nel Delta luminoso, derivante direttamente dal Sole ovvero dal principio creatore universale.

Il Mercurio, rappresenta la luce macrocosmica, il principio intelligente e sapiente che tiene “in ordine” tutte le cose (Tavola di Smeraldo);  le sue caratteristiche base sono: freddo, volatile, femminile che mantiene in un regime “giusto” la combustione vitale.

L’unione del Mercurio con lo  Zolfo genera la formazione del Sale, simbolo di stabilità, di neutralità, di riposo. Volendo utilizzare un linguaggio vicino alla moderna psicologia (ritornando alla Tavola di Smeraldo, si cita sempre il primo assioma: “ciò che è in alto è come ciò che in basso” e quindi è utile provare ad assimilare i concetti dell’Arte Regia – utili per realizzare la Pietra – con ciò che è presente “in basso” cioè la consueta, normale vita di tutti i giorni), lo zolfo può essere assimilato al’Io, nel quale convive la Forza di volontà[9] realizzatrice, unitamente alle pulsioni interiori che sono fondamentali per la vita ed una corretta evoluzione dell’individuo se opportunamente ed saggiamente sviluppate ed indirizzate, ma che risultano spesso deleterie se scatenate senza controllo; il Mercurio rappresenta l’intelligenza equilibratrice, saggia e potente che rinforza l’Io. L’unione di queste due forze genera il Sale, il corpo materiale in cui risiede l’individuo, l’essere complesso (l’Uomo è la somma di tutti i problemi, diceva L.C. de Saint Martin…) dotato di una personalità animata dal fuoco solforoso interno (+)  e contenuto dal soffio mercuriale intelligente (-).

Jung (nel suo monumentale trattato “Psicologia ed Alchimia”), ha voluto identificare il Mercurio con l’Anima, la componente femminile, mentre lo Zolfo rappresenta l’Animus, componente maschile della psiche umana; la prevalenza di uno dell’uno sull’altro, secondo Jung, determinerà l’assetto sessuale.

Tornando alla realizzazione della Pietra, viene spesso asserito che l’Artista, al raggiungimento della consapevolezza, dell’autocoscienza, viene a scoprire anche la propria androginia. Consapevolezza e androginia sono le due qualità essenziali della “divinità”.

Per cercare di capire meglio questo concetto è utile riferirci alla tradizione Kabalistica ed in particolare alla costituzione dell’Albero Sefirotico[10] (da molti accostato concettualmente all’Albero della Vita della Bibbia) ove attraverso emanazioni (sephirot) viene creato l’Universo.

Le Sephiroth sono spesso ripartite in tre colonne, o gimel kavim (“tre linee” in ebraico). I due pilastri esterni (che in alcune tradizioni rappresentano i due pilastri che sostengono il Tempio di Salomone, Boaz (la Bellezza, a destra) e Jachin (la Forza, a sinistra); l’iniziato è il terzo pilastro (la Sapienza), ed è posto al centro degli  altri due.

Nel “percorrere” l’Albero verso l’alto, dopo Jesod, si ha un’alternanza tra le tre Colonne, destra, sinistra e centro realizzando in questo un  parallelismo con  altri simbolismi:

  • La forza, la forma, la coscienza.
  • Lo Yang, lo Yin, nel Tao.
  • Attività, Passività, Equilibrio.
  • Ida Pingala, Sushumna nel Tantra
  • Serpenti e verga centrale nel Caduceo

In questo “mandala” cabalistico viene contenuto tutto il concetto di dualità che sino a questo momento si è cercato di esprimere

Prima della Creazione, avvenuta per pezzo di emanazioni, esiste un Principio che può essere definito solo negandolo; è stato accennato quando si è parlato dell’Adam Kadmon: si tratta di Ain Soph

Ain-Soph è un principio, un «qualcosa» d’increato, d’infinito e di assolutamente indifferenziato. La cosa più immediata di qualificare questo stato è designarlo con il «nulla», al tempo stesso vuoto assoluto (perché non contiene alcuna «cosa») e principio contenente in sé tutte le potenzialità. Al momento in cui  la creazione si manifesta, da questo «nulla» emerge «qualcosa». Tale evento primordiale viene  designato dalla tradizione cabalistica come lo Tzim-Tzum  ove lo status di non-essere (non esiste né lo Spazio né il Tempo) cessa di “non esistere” affinché la creazione abbia luogo attraverso l’emanazione congiunta e simultanea delle tre Sephirot della Triade Superna: Kether, Hokhmah e Binah: .

  • Kether è la Forza attraverso la quale l’energia-materia si manifesta, mediante un’insufflazione permanente di esistenza. In questa fase[11], l’Universo guadagna la sua capacità di essere.
  • Hokhmah è la potenza che spinge la Forza nell’esistenza. La Forza di Kether che si è manifestata riesce ad essere così attiva.  In questa Fase l’energia non è orientata né strutturata. Il suo scopo di realizzarsi non può ancora compiersi, poiché  per realizzarlo non ha ancora l’oggetto su cui indirizzarsi: è un’energia assoluta, ma ancora in potenza.
  • Binah è la “matrice” che accoglie in sé la Forza attiva di Hokhmah, la rende potenza in atto (da forza potenziale che era) consentendole di svilupparsi ed essere operativa in modo manifesto ed attivo.

E’ interessante rilevare come questa tradizione cabalistica della Creazione abbia dei punti in comuni con le teorie della Fisica sviluppate negli ultimi anni, ed in particolare con la teoria del Big-Bang. I fisici infatti partendo dall’osservazione che la distanza fra lei galassie sta incrementando a causa dell’espansione dell’Universo, hanno dedotto – andando a ritroso – che tutto ciò che esiste fosse più vicino nel passato rispetto a quanto lo sia ora.

Attraverso modelli matematici, i fisici hanno rilevato che nell’Universo densità e temperatura tendono ad aumentare man mano che si regredisce nel tempo, per giungere al momento in cui tali valori tendono all’infinito (mentre il volume tende a zero); in questa situazione le attuali teorie fisiche non sono più applicabili (si parla quindi di una singolarità); a questo livello di contrazione la teoria non è quindi adeguata a descrivere la condizione iniziale, pur riuscendo a darci una esatta descrizione dell’evoluzione dell’universo da un determinato momento in poi (cioè a partire dal cosiddetto Big Bang).

Al di là delle diverse teorie e dei vari distinguo che i Fisici teoretici esprimono riguardo tale formulazione (comunque a tutt’oggi largamente condivisa), il problema è che neanche la scienza riesce a dare una spiegazione a “cosa” ci sia stato prima della Singolarità, cioè prima di questa presupposta enorme esplosione. Si ritiene, a livello di ipotesi, che non ci sia stato il Tempo, e non c’era – per motivi oggettivi – neanche lo Spazio. Anche per la Scienza, il “prequel” riguardante il film della nostra esistenza, può essere solo argomentato attraverso tutta una serie di negazioni.

Sembra che in questo mare di incertezza e di ipotesi la Scienza e la Tradizione Cabalistica abbiano vari punti di contatto.

Per tornare al nostro Albero Sefirotico, rileviamo dall’illustrazione sopra riportata, che sotto la Terna Superna prima di trovare gli altri Sephirot, c’è  Daat (posta in “equilibrio” tra le due Colonne), la Sephira “misteriosa” (infatti tale status è evidenziato scrivendo Daat in modo semitrasparente, proprio per sottolineare la sua atipicità rispetto a tutto il resto).

Il fatto è che Daat rappresenta proprio la congiunzione in Uno della Terna Superna, cioè questa Sephira racchiude in sé i principi dell’emanazione costituente l’Universo da noi conosciuto e percettibile. Vista dal “basso” – e cioè considerandola come punto di arrivo in un percorso evolutivo di ascenso individuale e quindi di “risalita” dell’Albero  – è il punto in cui le diversità attinenti al mondo delle senso percezioni in cui viviamo vanno a sparire, è il momento in cui si fa vivere in sé l’Unità dei contrari, diventando noi stessi un “Kether” in “basso”. E’ il momento in cui il nostro Zolfo si unisce indissolubilmente al nostro Mercurio, in cui avvengono le nozze tra il Re e la Regina, in cui Tamino raggiunge il Tempio dello Spirito, unitamente alla sua controparte animica Pamina.

Ed è proprio per questo che Daat è “incomunicabile” e non viene mai definita in modo convincente in quanto la sua esistenza ed i suoi attributi debbono essere vissuti – o meglio conquistati – dall’Artista attraverso un processo di “rettificazioni” costanti e sapienti.

E’ lo status di Rebis finalmente raggiunto in cui l’Artista ha nelle sue mani le chiavi universali della Bellezza, della Forza e della Sapienza riuscendo così ad operare, nella sua unitarietà, in piena e perfetta armonia con la Natura.


[1] L’Anthrôpos gnostico, o Adamas, come viene a volte chiamato, è un elemento cosmogonico, pura mente distinta dalla materia, emanata da Dio e non ancora corrotta dal contatto con la materia.

[2] Advaita significa “non duale”, ma viene anche utilizzato per indicare il sistema monistico su cui si fonda il principio dell’indivisibilità del Se o Ātman dall’Unità (Brahman)

[3] Mani nacque, secondo la tradizione, il 25 Aprile 216 nel villaggio di Mardinu, vicino a Seleucia (Ctesiphon) sul fiume Tigri in Babilonia

[4] È stata avanzata l’ipotesi da alcuni esegeti, fortemente contrastata da Eugène Canseliet,  che a scrivere i trattati di Alchimia siano stati altri, tra cui di dice, come probabile, il suo stesso editore,Johann Thölde (ca. 1565-1624).

[5] La leggenda della scoperta fortuita dei manoscritti originali racconta che siano stati trovati in una colonna dell’Abbazia di Erfurt  colpita e squarciata da un fulmine; tale storia appare chiaramente un racconto mitologico.

[6] Nei suoi scritti accenna, per es., all’uso dell’antimonio nella fabbricazione dei caratteri da stampa, alla sifilide come “nuova malattia francese” o “nuova malattia dei soldati”, alla scoperta dell’America, cose queste avvenute dopo la data della sua morta (presunta).

[7] Questi due strumenti muratori operativi sono il simbolo che contraddistingue la Massoneria (la squadra ed il  compasso sono riuniti, proprio a rappresentare l’armonia dei contrari ).

[8] Le forze di Natura che ci dominano non vanno eliminate (uccise) in quanto debbo nessere “superate” e quindi dominate. Tale concetto viene anche portato avanti dalla moderna psicologia.

[9] Riguardo le caratteristiche che deve avere la Volontà realizzatrice in psicologia (e le analogie con l’ermetismo), è utile approfondire l’argomento con gli scritti al riguardo di Roberto Assagioli.

[10] Per chi volesse approfondire tale importante tradizione, si consiglia la lettura del libro della D. Fortune “La Cabala Mistica”

[11] Viene utilizzato il termine “fase” al solo scopo di far intendere gli aspetti differenti in cui è avvenuta la manifestazione di Ain-Soph; la emanazione dei primi tre Sephirot è avvenuta in modo congiunto, simultaneo, in quanto ciascuna Sephira non può esistere senza l’esistenza e l’azione simultanea delle altre due