Il Principio di “Verità-Giustizia” che è in noi – La Dèa Ma’at

Francesco Rampini

Ma’ha t

Quando si va ad esaminare i testi riguardanti le serie di avventure che deve affrontare l’anima dell’Antico Egiziano dopo l’abbandono del corpo fisico, si rileva come venga data estrema importanza nell’Antico Egitto al fatto che il defunto deve dimostrare di essersi sempre comportato, quando era in vita, secondo i dettami di Ma’at, la Dèa della Verità Giustizia. E questo status di essere in linea con Ma’at, l’anima del defunto lo deve asserire a più riprese, di fronte a numerose Entità e Dèi. Risulta quindi importante cercare di capire quale siano i “contenuti” che, secondo la Teologia egiziana, questa Funzione esprime, in modo da comprendere, nel miglior modo possibile, l’importanza che la Casta Sacerdotale ha assegnato a questa divinità. Per compenetrare quindi la reale portata di ciò che sente l’egiziano riguardo l’abisso del post mortem, del Duat, e come può affrontarlo con la ragionevole speranza di conquistare la propria immortalità, occorre rispondere alla seguente domanda: che cosa è Ma’at?

A questo quesito non ci si può limitare rispondendo solo con una semplice traduzione del termine egiziano, attraverso un’analisi filologica (anche se tale indagine va comunque effettuata), quanto, piuttosto, occorre cercare di comprendere la filosofia che sta dietro a questo concetto molto complesso.

Ma procediamo con ordine. Sotto un profilo etimologico la parola Ma’at deriva dal termine ma-ha (m3 ‘a)che significa vero, giusto; questa parola viene poi anche declinata, con l’aggiunta di un prefisso (bu  [1]), con il significato più ampio di verità, giustizia. Nel nostro caso, andando ad esaminare i due termini, espressi in geroglifici, e cioè quello riportato qui a lato e quello riferito alla Dèa Ma’at, visibile nell’intestazione del paragrafo, si rileva che i due sono molto simili. Il geroglifico a lato descrive il concetto-base di “verità” e in questa parola si nota il determinativo   (il segno rappresenta un papiro chiuso e non ha valore fonetico), il quale sta a significare che tutto ciò che lo precede sta a rappresentare un concetto astratto, legato alla non-materialità. Nel geroglifico che si può vedere nell’intestazione del paragrafo, invece, si rileva subito che il papiro chiuso non appare, e viene inserito, al suo posto, il segno che dà al termine il genere femminile  ed infine viene riportato il determinativo relativo alla dea Ma’at  . Questo determinativo, che anche lui non ha valore fonetico (e quindi non esprime alcun suono), serve proprio a specificare, senza equivoci, che si sta indicando sicuramente questa Dèa e non un altro concetto comunque a lei accostabile. In alcuni casi – come anche noi abbiamo fatto – prima del determinativo della dèa, viene inserito il suo simbolo inconfondibile: la piuma che Ma’at porta in testa . Nella lingua egiziana, quindi, quando si parla di verità, di vero e di giusto, viene utilizzato un termine che deriva in modo inconfutabile dalla rappresentazione della Funzione di Verità-Giustizia.

Andando ad esaminare il concetto di Ma’at a livello filosofico, si può anzitutto rilevare che Ma’at, nella sua funzione archetipale, rappresenta l’ordine che sta alla base dell’Universo, il quale ha determinato lo stato “giusto” della natura e della società, come fu fissato sin dall’atto della creazione. Ma’at va quindi a significare tutto ciò che è giusto o conforme alla giustizia, quindi il diritto, l’ordine, l’equilibrio; ma soprattutto Ma’at rappresenta la giustizia stessa e la Verità Assoluta. In tutto ciò che esiste, nelle grandi cose come in quelle più piccole, tale stato di giustizia deve essere sempre attuato, per cui Ma’at, attraverso una corrispondenza tra l’”alto” e il “basso” presente in ogni aspetto della vita degli Egiziani, oltre ad essere l’ordine giusto Universale, risulta essere anche la norma assoluta che deve ispirare ogni compito riguardante l’attività umana, sia individuale che politico-sociale.

Ma’at fa parte della creazione in quanto essenza del dio Uno originario; nel nostro mondo, tra gli umani, questa “giustizia” viene continuamente assicurata o ripristinata dal Re, il quale è il rappresentante di Ma’at in terra. Il Re, che assume i suoi poteri assimilandosi a Ra e ad Horus, è infatti la “cerniera” che unisce la terra al cielo, la dimensione umana a quella divina, e quindi, anche per ciò che riguarda il concetto di giustizia assoluta, questa può essere solo un suo appannaggio, in quanto depositario in terra della Funzione di Ma’at. 

A questo punto occorre chiarire come sia possibile per l’uomo conoscere Ma’at, e quindi avere un’idea di cosa possano essere i principî di Verità e Giustizia, e soprattutto quando ed in che modo applicarli al caso concreto che di volta in volta questi principî si presentano. Per dare una risposta, occorre però fare anzitutto una necessaria distinzione tra ciò riguarda e compete al Re a quello che deve fare l’uomo qualunque. La relazione divina esistente tra il re e Ma’at, istituita al momento della creazione, si concretizza attraverso un legame stretto ed intimo che li unisce, e che si attua nel “giusto”agire del re e nel suo compito di mantenere l’ordine in terra. La regina Hatshepsut sembra darci un’indicazione in tal senso quando, nel riferirsi a suo padre il dio Amon, dice: “Io gli ho offerto Ma’at che egli ama, perché so come egli viva in essa. Ma’at è [anche] il mio pane, e io bevo della sua rugiada. Sono tutt’uno con lui.”[2] La regina quindi offre al proprio padre, al dio Amon, la potenza e la forza di Ma’at come cibo e bevanda, chiara metafora della completezza del suo governo giusto e saggio. Dopo l’Eresia Amarniana[3] (cfr. Cap. 5) al momento della restaurazione degli antichi Dèi, nella parte introduttiva del decreto inteso a ripristinare l’ordine nel suo paese, Haremhab formula in questi termini l’unione del faraone con Ma’at : “È venuta la Ma’at dopo essersi unita [con il re Haremhab].[4]

Anche in epoca molto tarda, nel periodo greco-romano, si registra che è addirittura un dio a conferire al sovrano il principio di Ma’at: “Io [Horus] pongo Ma’at nel tuo cuore, perché tu la eserciti di fronte a tutti gli dèi[5], ed ancora: “Io [Hathor] ti do Ma’at affinché tu viva di essa, fraternizzi con lei e il tuo cuore si rallegri.”[6]  Inoltre ad Abido, Seti I viene appellato in questi termini: “Tu hai consolidato Ma’at  [in Egitto] ed essa si è unita ad ognuno [di noi].”[7] Il re ci viene presentato in questi casi non come un individuo (seppure potente), ma bensì come il rappresentante della carica che ricopre ove Ma’at assume a pieno titolo il senso concreto di legge dello stato e il faraone ne riceve la titolarità in virtù grazie alla propria natura divina; tale particolare natura va infine a penetrare capillarmente ogni membro della comunità, in quanto i dettami intimi di Ma’at, nell’agire nella profonda struttura animica del re, diffondono, come per osmosi, la loro azione benefica su ogni egiziano.

Il duplice, simultaneo, effetto che Ma’at svolge in terra, e cioè come Funzione divina, che agisce concretamente mediante il re e come “natura” orientata al vero ed alla giustizia nel profondo dell’animo dell’uomo, viene descritta nei due testi, che vengono riportati qui di seguito: “Il cielo è soddisfatto, la terra è lieta avendo udito che [il re Amenemhat II] ha sostituito Ma’at al disordine [e quindi] scaccia il disordine  manifestandosi come lo stesso Atum[8] ; nel secondo testo si dice: “[il re Tutankhamon] ha scacciato il disordine dalle Due Terre, e Ma’at è saldamente ristabilita; egli ha fatto si che la menzogna sia aborrita, e il paese è cosi come era alle origini”.[9]  E’ interessante notare come nel primo documento si asserisca che l’Universo, sintetizzato come il “cielo e la terra”, si dichiari soddisfatto e lieto per l’instaurazione di Ma’at, la quale è come un qualcosa che si sostituisce al disordine. Nel secondo testo Ma’at viene posta in chiara relazione con le “origini”, quindi con l’atto creativo, e quando il re scaccia il disordine, ossia l’opposto di Ma’at, il Faraone diventa senza dubbio l’incarnazione del dio Uno (Atum) che si manifesta nella sua Funzione di Verità-Giustizia, e di tutto ciò ne gioisce anche il paese intero.

Ma’at quindi è l’attuazione dell’emanazione stabilita dall’alto della creazione dal dio originario, e questa condizione di ordine-giustizia deve essere a tutti i costi mantenuta o ripristinata (in quest’ultimo caso attraverso l’eliminazione del suo opposto). E’ utile infine riportare delle affermazioni, le quali sottolineano la provenienza divina di Ma’at, testi che risalgono al periodo greco, e che presentano i tempi delle origini, quasi come fossero appartenuti alla “età dell’oro”, quando Ma’at appariva come una manifestazione celeste: “Ma’at scese in terra nel loro tempo (in quello degli dèi originari) e s’imparentò con gli dèi, ecc.” e poi: ”Ma’at venne dal cielo nel loro tempo e si associò a coloro che vivevano sulla terra[10].

Ma tutto ciò che viene posto “in ordine” deve rientrare in un determinato disegno complessivo, ove il bene viene in un qualche modo gratificato ed il male (il disordine) non può che essere sanzionato; nel racconto della creazione degli Dèi e delle Potenze che dispensano gli alimenti, vengono fatte le seguenti precisazioni: “Cosi il diritto verrà dato a chi fa ciò che viene amato [e] il torto a chi fa ciò che viene odiato. Cosi la vita viene data al pacifico e la morte all’empio[11]. L’idea della ricompensa insita nel riconoscimento del proprio diritto è sottolineata in modo chiaro nel testo: il diritto di cui si parla, viene inteso sicuramente nel suo senso giuridico, ma significa anche, per estensione, il diritto alla vita. Viene così ribadita l’origine divina di Ma’at, sottolineando la sua continuità dai tempi mitici di Osiride e la capacità di durare al di là di ogni esistenza umana.

Ma attenzione: ogni singolo cittadino, per sé stesso e per la sua vita, ha il compito di mantenere attiva Ma’at andando quindi a fare nel suo microcosmo ciò che il Re deve compiere, in generale, per tutto il Regno. Andando a leggere quanto ci comunica il saggio Ptahhotep[12] si trova questo insegnamento: “Grande è Ma’at, essa è duratura ed efficace; non fu [più] distrutta dai tempi di Osiride. Viene punito chi viola le legge, [ma]l’avido non lo sa. La malvagità ammassa tesori, [ma] le trasgressioni non hanno mai portato a nulla. Quando arriva la fine, resta solo  Ma’at”; più oltre: “l’uomo che agisce secondo Ma’at sopravvive…, ma non esiste tomba per l’avido”. Interessante è l’accenno che viene fatto all’ “avidità”, cioè il sentimento di appropriarsi con ogni mezzo, ad ogni costo, di qualsiasi cosa, forse anche con l’astuzia e la forza[13] , con una condotta che speso coinvolge e degrada sia l’uomo semplice che il funzionario pubblico, magari corrotto. Molto probabilmente durante il lungo periodo in cui l’Egitto ha avuto una organizzazione amministrativa capillare, si sono verificati numerosi episodi di arricchimento illecito tanto da essere ampiamente ricordati.

Vi è anche una esortazione e una lode a Ma’at in una frase di un abitante delle oasi, un certo Khuenampu, un uomo modesto, un contadino, il quale ha subito un grave torto e che, pieno di speranza, si rivolge a un alto funzionario per ottenere la giustizia dovuta: “Di Ma’at, fa Ma’at, perché essa è grande, è possente, è duratura[14] . In questo contesto Ma’at non viene vista tanto come la Funzione che soprassiede all’ordine cosmico quanto, più umanamente, come un principio di diritto di ogni uomo, quale che sia la sua condizione sociale, ad avere trattamento di giustizia equanime, in un contesto ove Ma’at è rivolta anche agli uomini e non solo alla divinità. Il visir Kagemni, ci arricchisce, infine, riguardo ai contenuti che può avere la Funzione di Ma’at, quando riporta un insegnamento da lui stesso ricevuto: “Opera per Ma’at, per il re, (perché) ciò che il dio [il re?] ama è Ma’at; parla di Ma’at al re, [perchè]ciò che il re ama è Ma’at!” [15]. Poiché sembra che in questo contesto il termine “dio” venga utilizzato come sinonimo di re, il saggio esorta il suo lettore a parlare e ad agire secondo Ma’at, e questo proprio perché il re la ama e quindi anche lui risulta essere felice quando vengono seguiti i suoi precetti di Verità-Giustizia.

In questo contesto ove la Verità-Giustizia opera sia a livello archetipale che su tutto ciò che riguarda la vita ordinaria, dell’uomo comune, si inseriscono le espressioni di una religiosità personale, dovute ad individui che, in umiltà, confessano al dio le proprie colpe, sperando così in una remissione o addirittura nella grazia: “Se il servo è pronto a commettere peccato, il padrone è pronto a essere misericordioso”. A questa ammissione di possibile colpa – intesa proprio come peccato – viene chiesto il relativo perdono: “Non punirmi per i miei molti peccati, perché io sono uno che non conosce se stesso, sono uno stolto.”[16] Non bisogna pensare dalle ammissioni di colpa, cioè di peccato, che si possono rilevare in vari documenti pervenuti, che in Egitto l’uomo possa essere considerato intrinsecamente cattivo, marchiato da un qualcosa che possa assomigliare al nostro “peccato originale”[17]; l’assenza di una “colpa iniziale” si ricava dal fatto che non si è mai passati dalla coscienza che ammette e riconosce i propri peccati legati ad una causa concreta, ad una concezione ontologica del peccato. Le parole sopra riportate, ove si riconosce di aver peccato e si chiede perdono di ciò che è stato fatto, non sono soltanto il frutto di espressioni devote da parte di gente comune, ove magari si può pensare che queste siano dettate da un concetto semplicistico di “colpa”, oppure frutto dell’ignoranza. In questa analisi, infatti, occorre tenere presente anche altre attestazioni di crisi interiori di coscienza per non aver agito bene, parole queste proferite da nobili o addirittura dai re; a titolo di esempio, risulta eloquente l’insegnamento destinalo al re Meri-kara[18], nel quale si può rilevare la più antica professione di colpa di cui si sia venuti a conoscenza in Egitto.

Analogamente a quanto avviene oggi (ma che è sempre avvenuto nel corso dei secoli), in base quindi alla nostra stessa esperienza, si può ritenere che tutto ciò che ci circonda assuma un aspetto diverso a seconda delle singole persone e del loro comportamento soggettivo; con ciò si vuol dire che anche in Egitto ci sono stati uomini sensibili e uomini indifferenti di fronte alla morale o alla religione, ove la coscienza di una responsabilità dinanzi alla divinità, o il rispetto per il prossimo, può essere presente o assente. Le considerazioni che qui sono state effettuate possono pertanto riguardare gli Egiziani solo presi nel loro insieme, ed abbiamo cercato, nei limiti fissati dai contenuti dei documenti in nostro possesso, di accertare l’esistenza del sentimento del peccato all’interno di questa comunità.

Numerosi richiami alla morte e constatazione dell’insicurezza della vita sono stati sempre presenti nel pensiero egiziano. Una diretta testimonianza ci deriva dalla cd. biografia del già citato Pet-Osiri[19], scritta sulle pareti della sua tomba,  dalla quale si può constatare che il giudizio dei morti relativo a tutta la vita terrena è stato preso molto sul serio, e molto sul serio è stata considerata dunque anche la possibilità di peccare. Né con la magia, né con il prestigio personale del defunto si sfugge a questo giudizio: «Nessuno raggiunge [l’Occidente, l’Amenti, la terra dei beati] se il suo cuore non è retto per aver agito secondo Ma’at. Là, non si farà differenza fra chi sta in alto e chi sta in basso; [importerà] solamente che uno venga trovato senza macchia quando la bilancia e i due pesi si troveranno dinanzi al signore dell’eternità. Nessuno potrà evitare di essere misurato. Thoth in forma di babbuino porta [la bilancia] per pesare ogni uomo secondo quel che egli ha compiuto in terra.”[20] Qui si ritrovano, accentuati, tutti i motivi che si rilevano in modo evidente in Meri-kara[21], quando, nel “giusto” modo d’agire secondo Ma’at, viene indicato il presupposto per ottenere una permanenza felice nel Duat (particolare curioso: in questo testo sapienziale viene accennato il fatto che una buona condotta nella vita terrena può perfino essere sostituita con l’attuazione di un buon corredo delle tombe …). Ma ciò non impedisce che nel periodo che va da Meri-kara (Primo Periodo Intermedio, ca. 2150 a.e.v.) fino a Pet-Osiri (Epoca Tolemaica, 330 a.e.v.) e anche più oltre, sono certamente state numerose le persone che, indifferenti alla religione, si contentano di vivere semplicemente alla giornata, oppure che si sono affidate alla magia (ritenendo che con questo il confronto con la propria coscienza sia risolto), piuttosto che seguire attentamente i precetti morali che Ma’at custodisce dentro l’uomo.

Come si è visto Ma’at, rappresenta la Funzione dell’Ordine Universale che nel nostro piano viene identificata con un ordine esistenziale che il re, ma anche tutti i membri della comunità, hanno, nel loro insieme, il compito di mantenere e di restaurare, qualora infranto. Questo ordine viene vissuto, nel concreto, come elemento di giustizia, che però viene riservato a chi lo attua, lo mantiene e lo preserva fedelmente; a livello squisitamente individuale Ma’at trova una precisa corrispondenza nell’aspetto più intimo dell’etica egiziana, tanto che i doveri di ogni egiziano sono essenzialmente determinati dai suoi rapporti con la società, per tutti gli aspetti interrelazionali, ma anche con l’ambiente, con il quale vive in stretta simbiosi. Nel concreto, però, Ma’at non è stata mai esposta all’uomo dalla Casta Sacerdotale in maniera esplicita, cioè con l’indicazione di episodi specifici, riconducibili alla vita di tutti i giorni, in modo che l’Egiziano possa sapere “che cosa” deve fare, in ogni circostanza, volta per volta, per agire secondo i suoi dettami. Da tale mancanza di aspetti circostanziati, risulta molto difficile per un individuo giudicare se la sua condotta sia conforme a Ma’at e quindi ne consegue che questi non può nemmeno valutare le conseguenze relative alla impossibilità di formulare tale giudizio.

In altre religioni questa genericità riguardo il corretto comportamento individuale ha avuto un’attuazione molto differente; andando ad esaminare l’Antico Testamento, si può rilevare un esempio di precetti molto dettagliati esposti in maniera precisa, stringata ma esaustiva, che gli ebrei hanno sempre valutato come dettami rivelati da Dio e per ciò da considerare come parte del nucleo essenziale delle Scritture[22] ma, per lo più ripresi dal passato nomade di Israele o dal diritto cananeo dopo la conquista della Terra promessa. Tali precetti impongono stretti limiti su tutto ciò che riguarda il “sacro”; ad esempio basti ricordare tutti quei dettami riguardanti le interconnessioni esistenti tra la purificazione e il Shabat[23]; ma le stringenti disposizioni religiose non si limitano a disciplinare il “sacro”, in quanto si rivolgono, praticamente, anche ad ogni aspetto che riguarda la normale vita quotidiana: cosa, come e quando mangiare, rapporti sessuali etero ed omosessuali, come vestirsi, e così via. Anche oggi, per adempiere al suo ruolo sacerdotale nel mondo, l’ebreo ortodosso deve seguire i 613 mitzvòt[24] o precetti, i quali rappresentano il fulcro dell’ebraismo che si estrinseca, fondamentalmente, in uno stile di vita scandito da tali regole. Il fine ultimo di questa puntigliosità normativa (anzitutto religiosa ma con ampi effetti nel sociale), portata fino agli estremi, è quello di regolare tutta l’esistenza dell’uomo in modo che, una volta messi tutti i “paletti”, veri e propri confini oltre i quali non si può andare, e stabilite una volta per tutte le cose che si debbono o non si debbono fare (quindi una intrinseca conoscenza e obbedienza alla Legge), il fedele osservante della Legge non possa più compiere errori.

Come si è visto, nell’ebraismo la legge religiosa viene applicata in forme esplicite, andando ad invadere, attraverso mille dettagli, ogni aspetto della vita umana. Di certo questa ingerenza “fiscale” della Legge con i suoi dettami può aver reso insopportabile la vita a molti uomini, i quali hanno certamente avvertito il bisogno di ricondurre tutto il mare magnum di precetti a un’unica idea di base, fondamentale. Si dice che per poter essere accettalo come affiliato alla religione ebraica, il non ebreo sarebbe stato accettato nella comunità solo se fosse stato possibile insegnargli la Legge mentre si teneva ritto su un piede solo, cioè in un tempo assolutamente insufficiente. Data la natura vessatoria di tale precetto (è ovvio che nessuno riesca a soddisfare tale condizione), il rabbino liberale, Hillel[25], vissuto intorno ai tempi di Gesù, ha condensato tutta la Thora nella breve, aurea massima, a noi pervenutaci nel famosissimo detto: “Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facciano a te.”[26]

Contrariamente a quanto fatto dai sacerdoti ebrei, i quali, attraverso le numerose disposizioni emesse, hanno disciplinato ogni evento sacro e profano del proprio popolo, in Egitto vengono formulate solo particolari norme di vita, le quali non sono il frutto di una qualche legge religiosa, quanto, piuttosto, vengono ispirate e si riferiscono unicamente alla Funzione di Ma’at, la quale viene recepita come norma generale, come un’idea fondamentale cui riferirsi. Il tipo di uomo che vive secondo Ma’at, il suo seguace, non sente la necessità che qualcuno dall’esterno gli imponga precisi modelli di comportamento, magari elencandoli con pedissequa pignoleria; l’uomo egiziano vive una propria realtà interiore che lo porta ad essere prudente, ma anche modesto e riservato, un “giusto silenzioso[27]. Quando si cerca di stabilire quali siano per gli Egiziani i dettami di Ma’at ci si rende conto che non vi è mai una affermazione né un ordine né tantomeno una imposizione su un qualsiasi aspetto che riguardi la vita degli uomini: i vari consigli che sono correlati ai casi concreti della vita, derivano dalla esperienza personale di uomini che hanno fatto di Ma’at il loro modello di comportamento.

Riguardo i molti principî morali presenti nell’etica degli Egiziani, mancando una dottrina specifica dispositiva specifica di Ma’at, questi ci sono noti grazie a numerose biografie degli insegnamenti sapienziali, testimonianze circostanziate presenti in antiche iscrizioni sepolcrali[28], nonché di dichiarazioni effettuate dal defunto davanti al tribunale nel Duat. Da tali documenti risulta che vengono affermati dei valori di base che ci permettono di definire, in modo ragionevolmente aderente alla realtà, il codice etico presente nella vita dell’egiziano, riconducibile allo sforzo dell’uomo di conoscere il senso specifico di Ma’at. Senza alcun dubbio, il primo fra tali principî, è stato proprio quello di conformarsi nel parlare e nell’agire secondo i valori di base che Ma’at esprime; emergono inoltre, in modo chiaro, anche due aspetti (già rilevati in precedenza), che ci sembrano essere degni di una particolare sottolineatura: gli atti malvagi da evitare, e le azioni buone da compiere.

L’astenersi dal male è sicuramente un “comandamento” interiore fortemente radicalizzato nella coscienza degli Egiziani, il quale fa parte del fondo più antico delle iscrizioni sepolcrali sopra citate,[29] e che molto dopo (al momento dell’emergere dei Testi dei Sarcofagi e del Libro dei Morti) ha la sua estrinsecazione nelle dichiarazioni di innocenza dinanzi al tribunale di Osiride. Tale aspetto di assoluta “negazione del male” ci può far comprendere meglio il modo in cui le varie biografie sono state scritte, ove proprio per dimostrare la propria “positività” si trova molto spesso un tono narrativo sostanzialmente posto sulla difensiva. Ma anche l’aspetto attivo dell’essere (il “non fare” non può dare la certezza e l’intima soddisfazione di aver agito secondo i dettami di Ma’at), gioca un ruolo importantissimo; accanto alle direttive “negative” del tipo: “Io non ho mentito”, “Io non ho commesso frodi”, “Non ho ucciso i miei simili”, “Io non ho diffamato” ecc… , si trovano infatti anche indicazioni riguardo azioni concrete e massime che prevedono un agire, in senso “positivo”. Cosi si possono rilevare affermazioni riguardanti la disponibilità a soccorrere in modo concreto il prossimo, ovvero a combattere per la giustizia in caso di necessità, del tipo: “Ho dato pane all’affamato”, “Ho traghettato chinon aveva barca”, “Ho salvato il debole da chi era più potente di lui”, ma anche aspetti riguardanti il proprio intimo “Io mi sono arricchito solo in modo lecito”, “Io non ho fatto altro che quanto era buono e giusto[30]: Risulta quindi chiaro che gli Egiziani hanno ben chiaro quali siano le massime generali – come quella di evitare di diffamare -, senza però specificare quali presupposti si trovino all’origine di questi atti di mancanza di amore verso il prossimo. Forse ci si trova di fronte ad una etica ove un certo sentire “intimo” crea una particolare disposizione d’animo tale in cui il singolo individuo è libero, a suo modo di “sentire”, di applicare, nella fattispecie concreta, le massime morali generali. L’etica egiziana, che soggiace all’indicazione di agire secondo i dettami di Ma’at, si riferisce a un modo di essere soggettivo che “deve” trovarsi in armonia con il principio archetipale della Verità-Giustizia; tale morale è stata sempre compenetrata nella coscienza e nella vita dell’individuo, polarizzando su Ma’at il comportamento dell’uomo di fronte al prossimo, agli dèi ed alla società.

Sotto un profilo esistenziale le due confessioni dell’egiziano, quella negativa e quella positiva, riportate nel Libro dei Morti, attestano una profonda angoscia che queste dichiarazioni suscitano nella sua anima e pertanto sono da considerare anche come una presa d’atto riguardo l’atteggiamento che lo stesso assume nei confronti del peccato; l’egiziano in effetti, non crede affatto di essere immune da colpe, in quanto sente dentro di sé cosa sia la Giustizia ed i Bene. Che la vita normale dell’egiziano venga considerata una vita certamente non esente dal peccato, risulta anche da un passo del testo dei sarcofagi, ove è riportato che la lettura del Libri Sacri aiuta l’uomo, dopo cento anni di una vita piena di “ingiustizia, di impurità e di trasgressioni”, a terminare questo deplorevole modo d’essere, per il resto dei suoi giorni.[31]. Il capitolo CXXV del Libro dei Morti ha un titolo significativo, quando recita:”Separazione di N da tutto il male da lui compiuto».[32] Amenemope nel suo Insegnamento saggiamente consiglia. “Non dire: in me non v’è peccato”,[33] esprimendo così una certa esortazione, rivolta a un uomo vivente, perché non fraintenda le varie dichiarazioni presenti nel Libro dei Morti cui viene attribuita una virtù magica, ritenendo in questo modo, anche nel caso di una cattiva condotta, che tutto si possa “aggiustare” attraverso una recita pedissequa di vari, opportuni, formulari[34].

Alla luce di quanto emerge dalle considerazioni fatte riguardo il peccato e l’etica secondo gli Egiziani, risulta di particolare interesse dare una scorsa al il cd. “Insegnamento per Meri-kara”, di cui poco sopra si è già accennato, un corposo insegnamento politico redatto nel Primo Periodo Intermedio. Questa opera, che si trova in tre copie risalenti alla XVIII dinastia[35] (ma in effetti, come detto, risale alla X dinastia eracleopolitana), può dare alcuni elementi in più per comprendere come il significato di Ma’at possa essere ulteriormente declinato.

L’Insegnamento, com’è consuetudine in questi scritti, è rivolto al re Meri-kara (X Din.) dal padre Khety II. E’ ragionevole pensare che il testo sia stato composto per volontà dello stesso Meri-kara poiché nella composizione, che ha forma di testamento politico, mentre esalta (come doveroso) il padre del sovrano, gli vengono consigliare le azioni che Meri-kara in effetti ha già compiuto: la colonizzazione del Delta, il rafforzamento dell’Egitto contro i nomadi beduini, il comportamento da tenere nei riguardi dell’Alto Egitto – il cui centro è Tebe – contro il quale il regno di Heracleopolis è in lotta.

Dal documento emerge come, in conseguenza dei disordini dell’età precedente, i vari privilegi regali siano ormai perduti; il re non è più il re-dio, superiore al giudizio divino: anch’egli per conquistare la beatitudine nell’aldilà deve vivere con giustizia e adempiere ai suoi doveri verso il popolo; la regalità è ora concepita come dovere: la protezione del popolo, del “gregge” e la pratica di Ma’at rappresentano un preciso dovere, ma anche l’unico punto di riferimento, per una effettiva equità e giustizia sociale: “…. tu punisci secondo le sue colpe” e poi: “… cura il benessere del tuo popolo ….  Rispetta la vita dell’uomo prudente … compi la Giustizia sicché tu duri sopra la terra”. Tra le numerose espressioni di alta spiritualità rilevabili nel testo, è da notare anche l’affermazione che Dio preferisce l’onestà alle offerte degli iniqui: “Abbellisci la tua sede nella necropoli mediante l’equità e la pratica della giustizia; è ciò in cui l’uomo deve aver fiducia: è gradito [a Dio] il carattere del giusto più che il bove [offerto per mano] di chi compie iniquità “. L’insegnamento si avvia al termine con le seguenti parole: “Dà la tua benevolenza a tutti: rimane il ricordo di un buon carattere mentre il cattivo è scomparso [non viene ricordato]”.

I vari insegnamenti che ci sono pervenuti (similari a quello di Meri-kara), e che fanno comunque riferimento a Ma’at, la Funzione istituita dal dio Unico, hanno sempre carattere pedagogico, di “trasferimento” di conoscenza tra padre e figlio, nel corso del quale è significativo che il padre, nel formulare la propria saggezza, non si riferisce mai a un comandamento divino. La sua sapienza non viene fatta risalire ad un’origine divina, in quanto i suoi insegnamenti scaturiscono dal suo intimo ed hanno come base fondamentale un vissuto trascorso in armonia con Ma’at. La capacità di riconoscerne gli imperativi in tutte le situazioni della vita, cosi da potersi adeguare a essa, è intimamente connaturata nell’uomo, e anche quando manchino intelligenza ed esperienza, tale capacità può essere suscitata dalla Dèa, che dimora nella coscienza individuale. In questo senso l’uomo si sente responsabile dinanzi alla sua divinità, cioè in definitiva, di fronte a sé stesso, per cui riceve una ricompensa o una punizione in questo mondo come poi nel Duat.

Ma’at, in definitiva, pur risultando essere una Funzione del dio Uno, diventata attiva come sua emanazione, resta sempre e comunque una idea generale, la quale non trova applicazione, concreta e precisa, in una legge esplicita. Coerentemente con questo assunto, il diritto egiziano non si basa su precetti divini bensì su leggi che il re “promulga di volta in volta nell’esercizio del suo potere, anche se in forza della sua conoscenza dell’essenza della Ma’at[36] Proprio riguardo al diritto ed ai comportamenti che l’uomo deve avere nei confronti degli altri esseri, i significati specifici che Ma’at può assumere, grazie alla profondità intrinseca dei suoi contenuti, vanno senz’altro a compensare la mancanza di una applicazione “dottrinaria” nel concreto. Nei numerosi insegnamenti morali pervenutici, Ma’at si concretizza in forme ben determinate, in relazione a specifiche situazioni, e si identifica, ad esempio, come viene specificato nei testi sapienziali, con la verità che si deve dire in tribunale e la giustizia che si deve applicare nei processi.[37] Riguardo l’essenza e la laconicità delle sue indicazioni nel concreto, c’è da dire che il precetto rivolto a coloro che vivono nell’antico Egitto, è riconducibile ad un concetto molto semplice: dire ed agire sempre secondo il senso di Ma’at che dimora nell’uomo.

Francesco Rampini


[1] Cfr. Egyptian Grammar p. 567

[2]  Urk. IV, 384 sg., iscrizione di Speos Artemidos

[3] Siamo al termine della XVIII dinastia quando, dopo una intensa lotta civile, viene destituito il Faraone Akhenaton il quale, in precedenza, aveva “destituito” tutti gli dèi, imponendo il culto del dio unico Aton

[4] Helck in, ZÄS, 80, 1955, p. 114 e tav. X, linea 6

[5] Edfou, I, 521 (Tolomeo IV)

[6] Dendera, II, 58 (Nerone)

[7] Mariette, Abydos, 1, 52, 14-15.

[8] Urk. VII, 27.

[9] Urk. IV, 2026; è la cosiddetta “stele della restaurazione” – Ulteriori approfondimenti in Posener, Littérature et politique dans l’Égypte de la XII dinastie, 1956, pp. 57 sgg..

[10] Templi di Tebe del periodo greco-romano, 95Ä-90k: testo e trad. in Sethe, Amun, 125 e tav. IV.

[11] Pietra di Shabaka, 57

[12] Citazione in Morenz cap. VI con nota 21

[13] Cfr. il Racconto del Contadino, B, 1, 292: “Tu sei avido… tu porti via (‘w’f)”

[14] Il testo detto “L’Oasita eloquente” ci è giunto in quattro versioni differenti, tutte antecedenti la XIII Din (segno che il testo è stato realizzato e letto nel Medio Regno). Il testo contiene nove lunghe orazioni, tutte impostate sull’importanza del concetto di Ma’at; cfr.Letteratura PAE p. 96 sgeg. Questo testo sottolinea come in Egitto la giustizia ci sia per tutti, anche per i più umili.

[15] Letteratura  PAE , p. 30 sg.; Cfr. anche Edel, Mitteilungen des Institutes für Orientforschung Berlin, p. 220

[16] Papiro Anastasi II, 10, 7

[17] In Egitto in caso di morte da bambino o da giovane si considerava il defunto come esente da qualsiasi colpa; cfr. Sander-Hansen, Tod p. 29

[18] Letteratura PAE, L’insegnamento per Meri-kara [amato dal Ka di Ra], pag. 83

[19] Pet-Osiri (cielo di Osiride) la cui tomba si trova a Tuna el-Gebel (vicino Ermopoli) è stato sommo sacerdote presso il regno di Filippo Arrideo (età Tolemaica); Cfr. Letteratura PAE p. 537; cfr. Lefebvre Le tombeau de Petosiris I-II, Cairo 1023-24

[20] Cfr. Letteratura PAE, p. 539 ; testo in Lefebvre, Petosiris II, p. 54, 81

[21] Cfr. Ibidem, p.83 sgg.

[22] Nell’ebraismo rabbinico si è addivenuti ad un’apoteosi della Legge: essa “dura in eterno”, esisteva prima della creazione del mondo, viene spiegata dal dio in una casa celeste della dottrina, ecc…; Cfr. Morenz, nota 29 pag. 191.

[23] Questi rigidi precetti sono particolarmente noti, anche grazie a quanto riportato del Nuovo Testamento relativamente alle varie lotte di Gesù e dei primi cristiani. Cfr. Marco VII, 1 sgg., o 23 sgg. Ccfr. anche nel Talmud babilonese, Jebamoth 21a.

[24] La Torah contiene 613 Mitzvot dei quali 248 sono, comandamenti positivi, obblighi a compiere una determinata azione (come ad esempio l’obbligo della circoncisione maschile), mentre 365 sono comandamenti negativi, divieti, come ad esempio il divieto di indossare capi composti da lana e lino insieme. Ciascuno di questi precetti nasconde in sé un preciso significato simbolico.

[25] Hillel (Babilonia, 60 a.e.v. circa – Gerusalemme,7 e.v.) è stato un grande rabbino, primo dei  Maestri della Mishnah ed è vissuto a Gerusalemme al tempo di Erode il Grande.

[26] Talmud di Babilonia, Shabbath 31

[27] Cfr. Letteratura PAE, Insegnamento di Amenemope, p.491 sgg.; documentazione in Lange, Amenemope, pp. 20 sg.. Questo insegnamento figura nel papiro del British Museum n. 10474 e parte figura in una tavoletta di legno conservata al Museo Egizio di Torino. Si ritiene che la datazione di tali documenti possa essere stabilita tra la XXII e XXVI dinastia.

[28] Cfr. Edel, Phraseologie, pp. 39 sg.

[29] Ibidem, p.55

[30] I passi riportati sono contenuti nella cd. Confessione Negativa, Cap. CXXV del Libro dei Morti

[31] Kees – Göttingen Totenbuchestudien, p. 37 sg.

[32] Libro dei Morti . Introd. Cap. CXXV

[33] Letteratura PAE, Insegnamenti di Amenemope p. 491 sg.

[34] Il perdono delle colpe può avvenire a seguito di un pentimento sincero (tesi del sacramento della Confessione cattolica), ma tale “pulizia” veniva praticata nella cristianità, una volta, anche mediante l’acquisizione delle cd. “indulgenze” che sembravano sanare comportamenti deplorevoli mediante azioni del tutto profane, che poco avevano a che spartire con la religione.

[35] Cfr. Letteratura PAE,p. 83 sgg. II manoscritto principale è il papiro III6a conservato nel Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo. Nell’opera di A. Volten, Zwei altägyptische politische Schriften (Analecta Aegyptia, a, IV), Kobenhavn 1945, viene riportato l’elenco e le referenze dei tre manoscritti che riportano questo importante insegnamento politico; un commento con traduzione parziale, in S. Donadoni, Storia della letteratura egiziana antica, Milano 1957, pp- 86-94

[36] E. Otto, MDAIK, 14, 1956, p. 151; Otto parte dallo studio della legislazione e della giustizia nell’Antico Egitto e non da aspetti filosofico-religiosi.

[37] Insegnamento di Amenemope, Letteratura PAE p.491 sgg.