La maschera

La maschera

Quante maschere e sottomaschere noi indossiamo
Sul nostro contenitore dell’anima, così quando,
Se per un mero gioco, l’anima stessa si smaschera,
Sa d’aver tolto l’ultima e aver mostrato il volto?

(Fernando Pessoa, 35 Sonnets, Lisbona, 1918)

Fra i simboli che connotano l’associato martinista, è la maschera quello che più degli altri offre una percezione dell’immaterialità interiore, quale auspicabile esperienza spirituale per coloro che vengono posti sul sentiero che anela alla reintegrazione individuale e universale.

Come più volte rammentato da quanti affrontano questo tema, il termine maschera è sinonimo di persona in quanto la maschera era utilizzata in passato per dare all’attore le sembianze del personaggio che si voleva interpretare, in altre parole, la maschera veicola all’esterno l’immagine di ciò che vorremmo apparire, ma che in realtà non siamo. Ciò che di ciascuno di noi conosce la gente è la maschera che di volta in volta si indossa; e molto spesso si utilizzano diverse maschere, tante a seconda dell’immagine che di sé si vuole dare nei diversi contesti. Infatti, nella citazione di Ferdinando Pessoa[1], si fa riferimento al molteplice numero di maschere e sottomaschere che di sovente si indossano.

Così la maschera diventa uno strumento per nascondersi, per falsare la propria identità, per proteggersi dall’ambiente circostante, ma è anche uno strumento che consente di ritrovare il dialogo interiore e il proprio vero essere. Quindi si può dire che la maschera ha un’azione duale: ci rende incogniti verso l’esterno, dei senza nome, ma ci mette anche in contatto col nostro intimo, ci relaziona con quel senso di immaterialità che ci portiamo dentro.

Come già indicato, la maschera rappresenta lo stato presente del postulante, la sommatoria dei molteplici io sviluppatisi in seguito ai continui condizionamenti che l’ambiente circostante e il vivere sociale gli impone; di fatto è l’involucro grossolano che caratterizza l’uomo del torrente, giusto per usare le parole di Louis-Claude de Saint-Martin. Ma, stante la funzione duale della maschera, non può essere solo questo. Durante il rituale di loggia viene detto che l’uomo è, in effetti, fuoco concentrato, pertanto, se l’iniziato martinista indossa una maschera, è per meglio strappare tutte le maschere[2] nel tempo affastellate, per mostrare quindi il suo vero volto, quello della somiglianza divina, il volto di D’IO che non ha nome. Infatti, già il nome imposto alla nascita è la prima maschera che ci proietta nel mondo finché di esso non se ne perderà traccia, e ciò che rimane sarà il senza nome[3]. Da quanto appena detto può trovarsi, per analogia, strumento primario per ogni iniziato, una delle chiavi per l’apocrifo di Filippo (c. 12): “Un solo nome non è pronunciato al mondo: il nome che il Padre ha dato al Figlio. Esso è al di sopra di tutto”. E, sempre per analogia, nel senza nome può trovarsi la chiave della Parola Perduta, tanto cara in altre strutture che perseguono, per altre vie e con altri strumenti, il percorso verso la reintegrazione.

Ecco ancora che la maschera, in quanto simbolo sacrale indica al martinista un percorso non privo di ostacoli, quello della spoliazione, soggetto ad una continua analisi e sintesi, ad un continuo solve et coagula reali, sulla e nella propria carne, motivo per cui il Martinismo è unico nella sua operatività, e non è per tutti. Chi cerca lezioni a dispense periodiche, incontri conviviali puramente speculativi e persone a cui delegare delle proprie mancanze psicologiche, guardi altrove, perché nel Sacro, cioè nel sacrum facere, vale l’espressione virgiliana Procul, procul este profani, come spesso usava dire il Maestro Passato Giovanni Aniel.

Considerate le diverse comprensioni simboliche che attengono la maschera possiamo ben dire che essa è un medium, se vogliamo utilizzare l’accezione di Marshall McLuhan[4], in quanto, sebbene priva di contenuto apparente, trasmette una moltitudine di significati che giustificano il suo essere simbolo[5] da conoscere e interiorizzare. Infatti, al martinista è richiesto di conoscere i simboli che gli vengono mostrati perché è attraverso la loro conoscenza, e non forme di indottrinamento cattedratico, di lezioni ebdomadarie o di periodici post in rete, che avviene la sua evoluzione spirituale. Non a caso si è fatto riferimento alla conoscenza dei simboli, laddove il termine conoscere ha la sua origine nel latino cognoscere, composto dalla particella cum “per mezzo” e da gnosi dal greco “conoscenza”. Perciò, conoscere è acquisire lo stato di ciò che si conosce, cioè la comprensione dell’esperienza avuta, l’interiorizzazione. Si ha la conoscenza nell’istante in cui il conoscente, la cognizione e il conoscitore si sovrappongono divenendo una cosa sola, identificandosi, trasformando così l’esperienza fatta in consapevolezza. Da ciò il famoso adagio[6]: “Per conoscere ciò che è la cosa bisogna essere la cosa stessa. Se tu vuoi conoscere cosa sia il cavallo bisogna che tu ti senta cavallo. Se invece resti bue, e io ti parlo del cavallo, tu non capirai.

Questo modo di intendere il simbolo, e la maschera in particolare, richiama direttamente il concetto di palingenesi, dal greco “nuova nascita”, quindi un risveglio, una reminiscenza, un ricordo di una preesistente unità sostanziale[7] così cara al martinista e tracciata da Martinez de Pasqually nel Trattato sulla reintegrazione degli esseri[8].

Quando nel rituale di iniziazione dell’Associato martinista viene presentata la maschera al neofita, l’iniziatore conclude: “Questi sono i significati principali che scaturiscono dal profondo del simbolismo della maschera e altri ti si riveleranno se il tuo cuore avrà imparato a cercarli.” Non a caso si fa riferimento al cuore, ritenuto dagli antichi l’organo deputato alla memoria e, di conseguenza, al ricordo. Infatti, il termine ricordo deriva dal latino cor, cordis “cuore” più il prefisso re, quindi un riportare al cuore la memoria di ciò che eravamo[9], prima della “caduta” e del conseguente percorso di ri-conciliazione e re-integrazione su cui deve operare il novello martinista: dell’uomo nell’uomo e dell’uomo nel divino.

Ecco che ad un cenno del Filosofo, l’Esperto squadra il Tempio, i fratelli e le sorelle si mettono in piedi e all’ordine (ἑστὸς – hestos), la Lama è mostrata, il Libro è aperto all’Incipit di Giovanni, il Pantacolo è manifestato. Un brivido risale lungo la schiena: Elia Artista è presente. Il Filosofo batte un colpo di maglietto: l’Opera può avere inizio.

Hic et nunc.

Iperion S::: I::: I:::


[1] Fernando Pessoa (1888-1935), poeta portoghese. Il riferimento è tratto da F. Pessoa, Trentacinque sonetti, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi), 1999.

[2] R. Boyer, Maschera, Mantello e Silenzio. Il Martinismo come via di risveglio, Tipheret, Acireale-Roma, 2012, p. 75.

[3] Ibidem, p. 72.

[4] Marshall McLuhan (1911-1980), filosofo, sociologo e critico letterario canadese. Fra le sue opere: M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 2015 (n.e.).

[5]Un simbolo è una particolare e ben orientata configurazione sensibile, che, grazie alla sua pregnanza di immagine concreta, esprime perfettamente tutto un mondo di concetti, altrimenti scarsamente esprimibili e comprensibili, data la loro astrattezza, o meglio, data la loro rarefazione ideale”. M. Macale, Il mito della Tradizione. L’iniziazione dell’uomo al terzo millennio, Bastogi, Foggia, 1991, p.25.

[6] Si veda: “La Magia Divinatoria: I Tarocchi” di G. Kremmerz in: Mondo Occulto – Rivista Iniziatica Esoterico-spiritica, anno I, nr.4, Luglio-Agosto 1921, Napoli.

[7] Si veda: M. Barracano, “Premessa” in: J.G. Gichtel, Theosophia Practica, Mediterranee, Roma, 1982, pp. 9-16.

[8] Martinez de Pasqually, Trattato sulla reintegrazione degli esseri, Tipheret, Acireale-Roma, 2015.

[9] La visione dell’uomo prima della caduta, rappresentata da Martinez de Pasqually nel Trattato, poco si discosta dall’anamnesi (o reminescenza) di un’esistenza iperurania dell’anima, antecedente al suo ingresso nel corpo, tracciata da Platone nel Simposio.