L’eterno viandante

L’eterno viandante

Devo accostarmi all’anima mia come uno stanco viandante, che nulla ha cercato al di fuori di lei. Devo imparare che dietro a ogni cosa da ultimo c’è l’anima mia, e se viaggio per il mondo ciò accade in fondo per trovare la mia anima. Perfino le persone più care non sono la meta e il fine della ricerca d’amore, ma simbolo della nostra anima

(Carl Gustav Jung, Il libro rosso, Liber novus)

“Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione, non può non sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante”

(Friedrich Wilhelm Nietzsche, Umano troppo umano)

Tra le figure dei viandanti che ci offre la Tradizione forse quella su cui più si è soffermata la letteratura esoterica è il Matto, uno degli Arcani del Tarocco. Non è questa la sede per lanciarci nella scrittura di una ennesima “tavola” sullo studio dei Tarocchi dal loro punta di vista storico, semiologico, mantico, ecc., lo stesso vale per la lama del Matto, tutti argomenti affrontati da noti studiosi, conosciuti ai più. Piuttosto, si vuole tentare di offrire dei punti di riflessione, da cui il singolo lettore potrà, attivando una funzione evocativa, trarre una propria interpretazione.

Gli Arcani del Tarocco, e fra questi il Viandante (o Matto) non fa eccezione, non rispondono a semplici motivi artistici, ma piuttosto costituiscono una sintesi iconologica di concetti appartenenti a diverse correnti filosofiche ed esoteriche. Può dirsi, pertanto, che i Trionfi del Tarocco, con riferimento al loro aspetto sintetico, costituiscono il simbolo per eccellenza. Al ricercatore è demandato il compito di saper trarre, dalla loro rappresentazione grafica, le idee corrispondenti a quanto si riesce ad intelligere per giungere alla conoscenza sub specie interioritatis del simbolo.

L’approccio al Tarocco deve essere una vera opus alchemicum dove il simbolo rappresenta la sintesi, il coagula, mentre le idee che scaturiscono dal suo esame rappresentano l’analisi, il solve; il tutto è inteso in una dynamis trasmutatoria, proiettata verso una auspicata palingenesi dello studioso – operatore.

Fra le lame del Tarocco, una presenta il numero ma non il nome: la Morte (XIII); un’altra, invece ha il nome ma non il numero: il Viandante (o Matto). Ma chi è il Viandante del Tarocco?

Il Viandante rappresentato dall’Arcano, ha lo sguardo perso nel nulla e l’atteggiamento di colui che peregrina di luogo in luogo nella continua ricerca di una meta. I suoi abiti, in particolare i pantaloni, sono a brandelli, un cane, o una lince, gli morde il polpaccio sinistro; ha uno strano cappello e un collare con sonagli. In una mano regge un bastone da viaggiatore, nell’altra sostiene una verga, posata sulla spalla, alla cui estremità reca un fagotto. Spesso è rappresentato un coccodrillo che gli ostacola il percorso. Altri simboli compaiono nelle diverse raffigurazioni del Tarocco.

Innanzitutto notiamo che il nostro viaggiatore non ha compagni di viaggio e appare estraneo e spaurito rispetto all’ambiente che sta attraversando. Se da una parte si potrebbe mettere in relazione all’uomo incosciente che cammina senza meta e incurante dei pericoli che l’attendono, dall’altra ben può rappresentare il postulante (di qualunque Ordine) che si approssima ad intraprendere la Via. Il vagare senza meta indica che non vi è limite alla conoscenza, ma rappresenta anche il vagabondaggio dell’anima alla perenne ricerca di un punto di arrivo. Lo sguardo rivolto nel nulla sottolinea che niente è fisso, nulla è acquisito. Entrambi i concetti sono racchiusi nel simbolo dello 0 (zero) che contraddistingue l’Arcano. Nel Sefer Yetzirà è scritto: “E prima dell’Uno, che cosa puoi contare?” ad indicare che prima dell’Uno vi è solo il vuoto (0). Eppure questo vuoto è proprio il Non-Essere, il Senza Limite, cioè l’essenza segreta di Dio: è l’En Sof dei cabalisti. A tal proposito è bene ricordare quanto afferma un Maestro Passato, Giovanni Aniel, nel libro Introduzione alla pratica alchemica: “La meta verso cui tendiamo è il Non-Essere, l’En-Sof dei cabalisti, che lo sappiamo o no. … tutte le scuole esoteriche non hanno altro fine che quello di farci uscire, stabilmente ed irreversibilmente, dalla nostra condizione di soggetti all’incarnazione per proiettarci negli abissi dell’En-Sof”.

Prima che tale stato si realizzi si è ancora nel Mondo (la lama dei Tarocchi che precede il Viandante o Matto). Questa situazione è rappresentata dal cane che morde il polpaccio del Matto ed è stata ben descritta dal Kremmerz allorché paragona il volgo, al latrare dei cani. Il volgo è rappresentato dal motto latino cave canem, ossia “guardati dai cani”, cioè dalla moltitudine, da coloro che mai arrischieranno il loro passo, prudente e dubbioso, lungo la via che conduce alla conoscenza, via che può essere intrapresa solo dall’impudente, dal folle, dal Matto del Tarocco per l’appunto.

Il primo ostacolo che dovrà affrontare il viaggiatore è il “guardiano della soglia”, quella parte astrale legata alla corporeità generale umana, che nella lama del Matto è spesso rappresentata dal coccodrillo. In questo confronto interiore, il postulante non è solo: nel suo fardello reca quei pochi ma efficaci strumenti che gli sono stati affidati (dall’iniziatore) allorché ha deciso di mettersi in viaggio.

Per chi non lo avesse ancora capito, è comunque sempre un cammino solitario, trattandosi principalmente di un cammino interiore, dove ognuno dovrà affrontare i propri mostri. Certamente vi sono dei compagni di viaggio (il bastone), alcuni dei quali hanno già affrontato le asperità del percorso e ne conoscono le insidie: con le loro indicazione è possibile evitarle o possono rimettere il viandante nuovamente sul sentiero se si è smarrita la via, ma il loro compito, sia ben chiaro, termina qui.

Raggiunta la meta, quando il Nulla è il Tutto, allora la suprema follia diviene sapienza totale. Non è un caso la lama del Viaggiatore o del Matto è chiamata da Enel, nel suo libro Trilogia della Rota, la Corona del Mago, proprio ad indicare che essa rappresenta, oltre che l’inizio del viaggio, anche il termine dell’iter iniziatico, il coronamento dell’opus, ossia la riunione del soggetto conoscente con l’oggetto conosciuto: la REINTEGRAZIONE.

Hic et nunc.
Iperion S:::I:::I:::